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Le mani velate e il “délire de toucher”. Breve analisi psichica d’un’icona. Seconda parte

Aggiornamento: 2 giu 2021

Prima di intraprendere la seconda parte di questo studio gioverebbe al lettore qui imbattutosi di leggere pure il primo scritto, ché senza di esso avrebbe poco senso e poca sarebbe la comprensione del fatto di cui ho intenzione di parlare. Spero vivamente che tutto questo possa in qualche modo convenire a qualcuno e che sia un diletto per molti ed un tedio per pochi, ed inoltre, nutrendo ancora la mia sciagurata piaggeria, mi auguro di giungere a risultati positivi e ben convinti.

Ci lasciammo alla questione concreta: ovvero la scomparsa delle mani velate, e la sua precedente analisi, nella scena della Presentazione al tempio in vari periodi del tempo. Ci siamo accorti con quale fragilità e con quale volubilità tale espediente figurativo si proponga al pubblico e con che facilità esso scompaia lasciando dietro di sé solo remotissime tracce. Non ci siamo soffermati però sulla potenza e sulla malleabilità di questo simbolo (e di questo si tratta), sulla sua incontrovertibile versatilità che ha portato gli artisti, ma soprattutto la cultura umana, ad utilizzarlo e riconoscerlo pure in più svariati contesti e in quelli discernere un solo messaggio, forse a tratti solamente inconscio, che è il délire de toucher. Posso comprendere lo sbigottimento di molti, giacché la mia asserzione è veramente azzardata: in primis perché molti non intenderanno cosa sia il sopracitato “délire de toucher” (ma di questo avremo da discutere più tardi), in secundis perché coloro che abbiano un minimo di avviamento allo studio dell’arte o allo studio della psicanalisi (ed a proposito di quest’ultima posso dire che anche io ne ho un’infarinatura larvale se non disgraziata) si domanderanno quale sia il nesso che colleghi i due campi, cioè su quali basi solide io mi avveda di affibbiare così facilmente l’iconografia delle mani velate ad un processo psicologico e culturale. Il fatto è sostanzialmente uno, semplice e coinciso: queste mie considerazioni sono frutto delle mie idee e della mia ricerca. Non dico che siano veritiere e per questo invito chiunque a prenderle con naturale scetticismo, un po’ quello che si dovrebbe fare per qualsiasi scritto. Ma se spesso da teorie un po’ alla rinfusa, come i primi passi goffi di un neonato, nascono di conseguenza altri approfondimenti, oppure di contro pesanti critiche, allora non mi rimane che sperare che da ciò si muova qualcosa, nell’aspettativa un poco ambiziosa ma per me altrettanto genuina che il mio sporco lavoro sia servito a qualcuno e che non rimanga nell’oblio, o perlomeno, non sia ricordato come un giochino da quattro soldi, frutto di una mente ancora acerba che di ricerca ne ha fatta ben poca. Da qualche parte però uno deve pur iniziare e io inizio da qui, sperando in un ad maiora semper. Ritornando al tema principale mi preme ripetere ancora che nello scorso scritto ci siamo lasciati all’uso delle mani velate nella Presentazione al tempio e da qui non abbiamo mai divagato. Se proponessi prontamente un’ingente carrellata di usi delle mani velate in altri contesti non si capirebbe sin da subito uno degli obbiettivi (già ribadito nello scorso steso) che intendo ben raggiungere: ovvero mostrare che tale simbolo non è altro che un pattern reiterato all’uso, cioè che se ne può usufruire in qualsivoglia momento e in qualunque situazione (ovviamente quando serve). Congedarsi semplicemente dalla Presentazione al tempio non è assolutamente raccomandabile, non si capirebbe così che delle mani velate in tale scena se ne avrebbe fatto spudoratamente a meno, poiché non preesiste assolutamente un minimo cenno al fatto che l’anziano Simeone si avvide con estrema premura di velarsi le mani nel prendere in braccio il piccolo Gesù. Sappiamo con quanta accuratezza l’iconografia antica si poggi anche sui cavilli minimi dei testi di riferimento, è indubitabile allora che la totale assenza di qualsiasi allusione sia sinonimo di un apporto libero alla scena a proposito delle nostre care mani velate (di questo però avremmo da dubitare). Jacopo da Varazze, il famoso dottissimo frate domenicano, compose un’opera celeberrima denominata “Legenda Aurea” la cui fama comportò una notevole propagazione del testo in tutto il mondo, secondo solamente alla Bibbia. Tale opera era ed è tutt’ora una vistosissima raccolta filologica di agiografie di santi, ed inoltre della vita di Cristo, a cui fecero riferimento continuamente i pittori, scultori, insomma qualsiasi artista. Il lavoro del Varazze fu quello di incanalare ricerche sui testi antichi, sui vangeli, sia quelli apocrifi che quelli canonici e pare evidente che uno scritto di tal portata divenisse fonte per opere figurative future. Non c’era artista serio perplesso sul da farsi, che per indottrinarsi un po’ al fine di raffigurare un San Girolamo o un San Martino od una Maddalena penitente non adocchiasse la Legenda Aurea e da quella ricavasse precetti ragionevoli. E se la data della prima edizione originale fu quella del 1298 (è probabile che già copie però circolavano già da prima), che coincide con quella della morte dello stesso frate domenicano, non possiamo non collegare il lavoro di Giotto nella cappella Scrovegni tra il 1303 ed il 1305 con quello fresco di divulgazione dello Jacopo da Varazze , ossia che moltissime scene sono state studiate dallo stesso Giotto sulle orme già scavate dal frate. E quindi se questo è allora c’è la possibilità che la scena della Presentazione al tempio di Giotto e le mani velate del vecchio Simeone siano una meccanica ripresa della Legenda aurea. Tuttavia questo non risulta affatto; andando a leggere proprio la Legenda aurea al capitolo XXXVII intitolato “De purificatione beatae Mariae virginis” noteremmo lo Jacopo da Varazze congedare rapidamente il momento in cui Simeone prende in braccio il bambino con: “Tunc autem accepit eum in ulnas suas” che sta a significare “Allora lo prese tra le sue braccia”. Non c’è nessun dubbio, Jacopo da Varazze non concepisce nessun velo che si frappone tra le mani di Simeone ed il corpicino di Cristo, e se Jacopo da Varazze non riporta questa scena (che oltretutto non è nemmeno presente nel vangelo di San Luca) significa che non doveva averla trovata da nessun’altra parte dato che nella Legenda aurea sono presenti riferimenti pure ai vangeli apocrifi, tra cui la presenza al momento della natività del bue e dell’asinello, elementi portanti spesso del nostro presepio che in verità mai sono comparsi in un vangelo canonico che si rispetti. Jacopo da Varazze era una fonte autorevolissima a suo tempo e spesso a quello ci si fermava quando si voleva conoscere di più sulla vita di qualche santo o di Cristo stesso. E’ palese allora capire al punto a cui intendo arrivare. Le mani velate in questo caso hanno un’ origine differente rispetto ad altri tipi di raffigurazioni o di simboli, i quali al loro volta prendono spunto da precetti scritti. Ma è possibile che Giotto conoscesse altri testi più di nicchia così voi mi direste, in cui forse appaiono riferimenti più diretti ad una possibile azione di velarsi le mani. La cosa a mio avviso pare molto improbabile, concesso pure che Giotto possedesse una cultura elevatissima è molto difficile che riuscisse a venire in contatto con testi o con riferimenti a questi testi non accessibili direttamente. Ma perché ribadisco ciò? Ci sono in verità due o tre testi apocrifi che recitano proprio che l’anziano Simeone prese nel mantello il piccolo Gesù, e questa cosa potrebbe addirittura smontare la mia modesta teoria che “le mani velate” siano frutto non di un riferimento scritto. Uno di questi, e pure il più famoso (da cui altri vangeli apocrifi riprendono) è il vangelo dello pseudo-Matteo, databile VIII-IX secolo, in cui si narra al secondo paragrafo del quindicesimo capitolo:


[2]” Nel tempio c'era un certo uomo di Dio, perfetto e giusto, di nome Simeone, di anni centododici. Questi aveva ricevuto da Dio la promessa che non avrebbe gustato la morte senza avere prima visto, vivo in carne, il Cristo figlio di Dio. Visto il bambino, egli esclamò a gran voce: "Dio visitò il suo popolo, e il Signore adempì la sua promessa". E subito l'adorò. Dopo lo prese nel suo mantello e baciando i suoi piedi, disse: "Ora, o Signore, lascia andare in pace il tuo servo poiché i miei occhi videro la tua salvezza che hai preparato al cospetto di tutti i popoli, luce per illuminare le genti, e gloria del tuo popolo, Israele".


Ho però di che dubitare, ovviamente non mi sto rimangiando quello che ho detto precedentemente, ma se si legge con dovuta diligenza ciò che lo pseudo-Matteo qui scrive si nota che ciò che fa Simeone è semplicemente prendere nel mantello il bambinello, un po’ come avvolgerlo: come semplicemente si fascerebbe un bambino. Niente a che vedere con “le mani velate” di cui si sta parlando. Perché se Giotto avesse letto ciò, a patto che fosse da lui conosciuto (e questo ripeto mi pare impossibile) avrebbe raffigurato l’avvolgimento di Gesù nel mantello in una maniera più convincente, in una maniera che più a lui si confà; da accorto “imitatore della natura” (per citare il Vasari) che lui era non avrebbe avuto impedimenti nel raffigurare un mantello correttamente avvolto. Di contro Giotto raffigura il momento in cui Simeone “prende il piccolo nel suo mantello”, se così lo si vuol descrivere, come moltissime altre volte in cui si usa velare le mani a personaggi che con la Presentazione al tempio non hanno niente a che fare. E questo ci porta a due ipotesi: o che Giotto non conoscesse il riferimento o che Giotto non volesse seguire il riferimento, quello che ci interessa a noi tuttavia è l’unica conclusione a cui si perviene ovvero che il riferimento per Giotto non è lo pseudo-Matteo ma le altre figurazioni delle mani velate, e per sfizio ve ne porto una, così per calmare gli animi più turbolenti.



Fig. 1

Fig. 2

Da una parte vediamo l’abside di San Vitale a Ravenna (fig.1) realizzato negli anni del 540 circa, in cui il protomartire ravennate San Vitale sta attento a velarsi le mani. Dall’altra la famosa scena di Giotto (fig.2). Entrambe sono un contesto nettamente diverso, in un tempo nettamente diverso ma entrambe tuttavia si parlano a proposito del velo sulle mani, grave in tutte e due, scivolante a terra e coprente le mani senza lasciare un lembo di pelle a vista. I mosaicisti ravennati forse conoscevano lo pseudo-Matteo? Impossibile. La datazione ci dice tutto. Immaginatevi che Simeone non regga in braccio Gesù, è scioccante la similitudine che qui si crea tra una figura e l’altra. Le mani in entrambi i personaggi si innalzano a forma di cucchiaio come se plasmassero una scodella, mi sembra in qualche modo che la stessa figura di San Vitale a Ravenna sia stata scollata dal suo abside e posta nella cappella Scrovegni come un copia e incolla trecentesco. Inoltre vi è un’altra considerazione da fare che non può assolutamente passare inosservata: lo Jacopo da Varazze come ho detto prima non riporta nessun tipo di velo che si frappone tra Simeone e Gesù bambino, ho affermato che poiché non racconta tale gesto non dovesse averlo trovato da nessun’altra parte. Ma come spiegare allora la presenza di un mantello tra Simeone e Cristo nello pseudo-Matteo e l’assenza di qualsiasi velo nella Legenda Aurea, dovremmo forse valutarla come una chiara mancanza di metodo, di dottrina o sennò di conoscenza dello stesso Jacopo da Varazze? Dovremmo forse affermare che il povero Jacopo da Varazze possedesse un sapere sghembo sugli scritti circolanti? Giammai, più che altro dovremmo ravvisare che le nozioni che lui disponeva erano le migliori e le più accurate che in quel tempo si potesse avere, non dobbiamo dimenticare che era uno dei domenicani ovvero i più abili nella dialettica, nella retorica e i più indottrinati di tutti. Jacopo da Varazze se non bastasse era pure arcivescovo di Genova e il suo accesso agli scritti era libero e non vincolato da divieti. In più c’è da dire che Jacopo da Varazze conosceva in qualche modo il vangelo dello pseudo-Matteo perché è presente all’interno della stessa Legenda Aurea la scena in cui (durante la fuga in Egitto di Maria, Giuseppe ed il piccolo Gesù) le palme si piegano al passaggio del Messia per permettere a Giuseppe di coglierne i datteri allo scopo di sfamare la sua famiglia. Questo singolare evento è solamente narrato nel vangelo dello pseudo-Matteo ed in nessun altro. L’arcivescovo di Genova conosceva direttamente od indirettamente quel vangelo apocrifo ma non riporta assolutamente l’uso del mantello da parte di Simeone. Se conosceva direttamente il vangelo allora risulta che Jacopo da Varazze ritenesse l’episodio di poco conto, sennonché inutile e quindi passabile di rimozione, un po’ come quando noi facciamo un riassunto di un certo argomento e crediamo futile un certo passaggio ai fini della comprensione totale. Se lo conosceva indirettamente, e cioè significa che ne aveva sentito parlare durante i suoi studi o sennò in alcuni frammenti riportati in altri scritti, allora non doveva affatto mettere in conto il mantello di Simeone. Certo è che se uno del suo calibro, e possiamo ben dire la cima della scala sociale per livello di conoscenza, non avverte minimamente un riferimento, chi altro allora avrebbe dovuto conoscerlo. Se per lui quel dettaglio è di difficile reperimento non vedo chi altro avrebbe potuto saperlo. Se invece lo avesse conosciuto ma non lo avrebbe riportato nella sua Legenda Aurea, allora è indubbio che per la cultura del tempo quel riferimento è passabile di rimozione. Entrambe le situazioni a noi giovano, giacché una volta per tutte abbiamo in mano il fatto: il riferimento per Giotto non fu uno scritto ma una miriade di altre immagini.


Qui intendo finire la seconda parte del mio scritto, nella prossima spero di completare tutto, di proporvi altri riferimenti figurativi con “mani velate” e di spiegare il processo psicologico collegato con esse, ovvero cosa in antico in quell’immagine ci vedessero. Fino ad ora abbiamo analizzato la scena della Presentazione al Tempio, compreso che le “mani velate” in quel contesto sono un’icona diventata in là nel tempo obsoleta (pure durante il tempo del suo uso poteva essere benissimo rimossa); abbiamo capito infine che le “mani velate” nella Presentazione al tempio sono state inserite in quella scena non perché c’è un chiaro riferimento scritto ma solamente per dovute similitudini con altre figurazioni della stessa sorta, e qui aggiungo, per dovute somiglianze di un linguaggio inconscio, ovvero il costante significato nascosto che in tutte le figure con le “mani velate” si presenta, ossia la paura di toccare un re, una divinità o per Simeone il piccolo grande Messia.



Tommaso Rossi

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