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STORIA DEL CINEMA IN PILLOLE: ANNI 60, “COLAZIONE DA TIFFANY.”


“…in quel silenzio, quell’aria solenne, non può capitarti niente di brutto. Se io trovassi un posto a questo mondo che mi fa sentire come mi fa sentire Tiffany… comprerei i mobili e darei un nome al gatto”

Ed eccoci arrivati, nel nostro viaggio temporale, agli anni ’60 con il celebre film “colazione da Tiffany”, pellicola del 1961 diretto da Blake Edwards, con Audrey Hepburn e George Peppard, tratto dall'omonimo romanzo del 1958 di Truman Capote.

Colazione da Tiffany è sicuramente un film avanguardistico per l’epoca, per quanto riguarda il punto di vista delle relazioni e della donna. La nostra protagonista, Holly Golightly è una donna con una vita “glamour”, che è solita consumare la colazione proprio nel negozio di Tiffany. Ed è così che, in tubino nero, occhiali da sole e collana di perle ci viene presentata all’inizio del film.

È curioso sapere che, il personaggio di Holly sarebbe dovuto esser interpretato da una delle icone di femminilità per eccellenza, Marilyn Monroe la quale rifiutò il ruolo dietro consiglio del manager. Ciò accadde in quanto, pensarono, che il ruolo di prostituta non avrebbe giovato alla figura di Marilyn.

Rispetto al libro ci sono degli adattamenti, tra cui il finale hollywoodiano sotto la pioggia ma ciò che colpisce e che rimane è il voler colpire l’aspetto sociale e relazionale, in una società in cui stava emergendo l’individualismo e la superficialità nelle relazioni. Infatti il punto focale del film è proprio, oltre alla figura ribelle ai canoni dell’epoca della nostra protagonista, il relazionarsi con l’altro. Holly ha relazioni superficiali, fugaci, va a feste di gente che non conosce. È tutto basato sul galleggiare in relazioni (amorose e non) che non la coinvolgono emotivamente, così da poter essere “libera”.

Qui si tocca la parola chiave del romanzo: la libertà. Quando una relazione ci sottrae alla nostra libertà? Quando invece ha la capacità di renderci più liberi? Qual è la linea sottile, tra il trattenersi e l’andare parallelamente, come due corde di chitarra: rispettando i propri spazi, capaci di vibrare e produrre melodie?

Sono interrogativi che sorgono nel mentre della visione del film in cui questa ragazza è inghiottita da una New York che stava sbocciando da un punto di vista economico e culturale ma che dall’altro lato è lacerata da un deterioramento sociale.

Interrogativi che ci inducono a pensare che, probabilmente, che semette in gabbia, non è vero amore.

La smaniosa ricerca alla libertà è espressa nelle frasi che Holly dice e che descrive l’incontro col suo Gatto. Sì, Gatto è il nome che la protagonista ha messo al suo micio:

“Lui è buono, vero Gatto? Su, vieni qua, povero amore, poveroamore senza nome... ma io penso che non ho il diritto di dargli un nome... perché in fondo noi due non ci apparteniamo, è stato un incontro casuale. E poi non voglio possedere niente, finché non avrò trovato un posto che mi vada a genio... non so ancora dove sarà, ma so com'è.”

Tutto sarà stravolto quando la bella Holly si imbatte invece in un affascinante scrittore, Paul, la quale attrazione-repulsione finirà per sfociare in una delle storie più romantiche del cinema americano. All’interno di questo rapporto è presente più che mai il tiro alla fune tra mente e cuore: la mente che richiama la libertà in un mondo dove spesso, purtroppo, percorrere un viaggio insieme a qualcuno significa soccombervi, e dall’altra il cuore il quale per sua natura e definizione intrinseca ci spinge ad amare.

La sensuale Hepburn nei panni di questa ragazza stravagante e americana dovrà dipanare quello che infondo è l’essenza della vita, la “ricerca”. Dovrà riuscire a trovare un equilibrio sulla corda tesa che collega due grattacieli della nostra esistenza.

Lasciare l’edificio della paura, trovare un equilibrio tra le sue consapevolezze, e raggiungere quello che è davvero il palazzo della libertà dalla quale poi, potrà spiccare il volo.

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