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Transgender Day of Remembrance: il coraggio di essere se stessi


Lo scorso 20 novembre si è celebrato il Transgender Day of Remembrance o TDoR, istituito nel 1999 in memoria di Rita Hester, donna afroamericana transgender brutalmente assassinata nel suo appartamento a Boston, in occasione del quale al parco di San Donato a Firenze, alla presenza delle istituzioni locali, è stata installata una panchina arcobaleno in memoria delle vittime di violenza omotransfobica.


Il progetto Trans Murder Monitoring (TMM) che monitora, raccoglie e analizza le segnalazioni di omicidi di persone trans e/o con diversità di genere in tutto il mondo e ne pubblica i risultati il 20 novembre di ogni anno, proprio in occasione del TDoR, ha rilevato che dal 01 ottobre 2020 al 30 settembre 2021 le persone vittime di violenza transfobica sono state 375, il 7% in più rispetto al 2020 e il 13% in più del 2019. Di seguito alcuni dati.

Secondo il report, i tre Paesi in cui si sono consumati la maggior parte degli omicidi sono Brasile, Messico e Stati Uniti, dove sono addirittura raddoppiati rispetto allo scorso anno. Il 96% delle persone uccise a livello globale erano donne trans o persone transfemminili di cui più della metà (58%) sex workers e quattro su dieci migranti europei (43%). L'età media delle vittime è di 30 anni: dal più giovane di 13 anni al più anziano di 68 (fonte: https://transrespect.org/en/tmm-update-tdor-2021/).


Ma cos’è la transfobia? Wikipedia la definisce come un insieme di stigmatizzazioni e pregiudizi discriminatori nei confronti delle persone transgender e transessuali o della transessualità in generale e in tutta onestà, una descrizione così fredda e razionale ci fa quasi venire i brividi. La transfobia può portare a comportamenti discriminatori sia nel lavoro che nella società, a diritti negati e, come si è visto, a manifestazioni di violenza che possono arrivare fino all’omicidio. Questo perché gran parte della società è ancora convinta che la dicotomia maschile-femminile sia netta e ben separata, che non contempli vie di mezzo e non preveda nemmeno lontanamente la possibilità che l’identità di una persona possa non coincidere col suo sesso biologico.


In Italia l’affossamento del DDL contro l’omotransfobia che prende il nome dal suo relatore Alessandro Zan, deputato PD, e che includeva misure di prevenzione e contrasto alla discriminazione e alla violenza per motivi fondati sul sesso, genere, identità di genere, orientamento sessuale e disabilità, ha purtroppo messo in luce l’insensibilità dello Stato verso tali temi e la lontananza del paese legale da (almeno parte) di quello reale. La proposta di legge prevedeva un’estensione della già vigente Legge Mancino (L. 205/1993) che sanziona “frasi, gesti, atti e slogan che incitano all’odio, discriminazione e violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali”, ma che esclude i comportamenti violenti causati da misoginia e omotransfobia.


Anche se non si è deputati in un Parlamento democraticamente eletto, ognuno di noi nel proprio piccolo può fare qualcosa contro la transfobia. Informarsi, ascoltare e far ascoltare le storie di persone transgender sembra una cosa piccola, ma può fare la differenza. Internet e i social sono pieni di testimonianze e di persone che si mettono a nudo davanti a uno schermo, Bryan Ceotto (@bryanceotto su Instagram e TikTok), uno fra tutti. Usare i pronomi corretti rispettando le identità altrui è un’altra piccola azione che nel quotidiano può aiutare le persone transgender a sentirsi correttamente accettate nella società e può allo stesso tempo combattere ignoranza e atti di vero e proprio bullismo. Quante volte, purtroppo, fuori e dentro uno schermo, si è sentito usare il maschile per rivolgersi a una donna trans o viceversa? A volte la terminologia errata viene utilizzata di proposito per offendere, deridere, discriminare o lanciare messaggi intrinsechi con il solo scopo di addurre violenza.


L’Italia secondo l’OCSE è uno dei paesi europei, insieme a Polonia e Ungheria, meno tolleranti nei confronti della comunità LGBTQ+ e, in attesa di una legge contro l’omotransfobia ora più che mai necessaria, ognuno nel proprio piccolo può fare la differenza.


Per questo ci sentiamo di dire un piccolo grazie al Comitato Pari opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Firenze che ha donato la panchina e a coloro che hanno presenziato alla sua installazione per il significato istituzionale che la loro presenza trasmette: la vicesindaca Alessia Bettini, l’assessora ai diritti e pari opportunità Benedetta Albanese, l’assessora all’Ambiente Cecilia Del Re, il presidente del Quartiere 5 Cristiano Balli e le numerose associazioni del territorio.



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