La storia del cinema in pillole: anni '70, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
- marcobecherini159
- 6 giu 2021
- Tempo di lettura: 4 min
Opera controversa del grande regista Elio Petri, capolavoro di recitazione di Gian Maria Volonté e Florinda Bolkan reso immortale dalla colonna sonora del maestro Morricone, inserito tra i “cento film italiani da salvare” (ovvero, testualmente “quei film che hanno cambiato la memoria collettiva del paese”), Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, per gli amici semplicemente Indagine, uscì nella turbolenta Italia del 1970 e l’anno successivo ricevette pure l’Oscar al miglior film straniero.
Il Belpaese in quel periodo era una polveriera: erano gli anni ’70, definiti “anni di piombo” poiché le pallottole volavano a destra e a sinistra (in senso politico). Erano gli anni delle bombe nelle piazze e delle stragi; il tutto sulla scia del ’68, con gli operai che scioperavano e gli studenti che manifestavano.

Questo non era per certi versi il momento migliore per proiettare nelle sale un film sconvolgente come Indagine, tanto che la pellicola fu minacciata di venire sequestrata e il regista di finire in galera, nonostante la premessa canonica “Ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale”. Né l’uno né l’altro spauracchio si avverarono, ma le critiche piovvero feroci, soprattutto da parte di quegli ambienti sociali che nella storia venivano derisi e criticati violentemente: le questure e le caserme di polizia.
Indagine è infatti una dirompente opera dai tratti dostoevskiani in cui il protagonista (Volonté) è uno dei pezzi grossi della Questura di Roma che un giorno uccide la sua amante Augusta Terzi (Bolkan). L’omicidio scellerato non è motivato da gelosia, ambizione o altro: l’unico motivo per cui l’assassino agisce è la volontà morbosa di ribadire il proprio potere. Conscio della posizione elevata da lui ricoperta, Volonté (il cui personaggio non avrà un nome, ma sarà sempre chiamato solo “dottore”, proprio a ribadire la sua posizione prestigiosa) fa una sorta di scommessa con sé stesso: vuoi vedere che se io compio un omicidio nessuno avrà il coraggio di accusarmi, addirittura nessuno sospetterà di me?! Il protagonista è insomma quel cittadino al di sopra di ogni sospetto di cui parla il titolo: un individuo talmente potente che può agire al di fuori della legge e restare impunito.

Possiamo dire che la scommessa è vinta, tanto che l’uomo non farà neanche niente per sviare le indagini e anzi si premurerà di lasciare un’infinità di tracce che possano ricondurre a lui: una sua cravatta, una miriade di impronte digitali. Giungerà perfino a rivelare ai suoi superiori che la donna era la sua amante, ma niente da fare: nessuno lo incrimina.
Dopo un po’ che il gioco va avanti, però, emerge la componente umana. Il protagonista comincia a essere tormentato da rimorsi e sensi di colpa, rimanendo combattuto in un limbo: da un lato vorrebbe essere arrestato e pagare il suo debito con la giustizia, dall’altro vuole vincere la scommessa. Una spaccatura, una dissociazione, “una malattia contratta durante l’uso prolungato del potere… una malattia professionale, comune a molte personalità che hanno in pugno le redini della nostra società”; questa la diagnosi del protagonista stesso: come vedete, nel contesto degli anni di piombo, queste sono parole dure, parole dure di un assassino davvero strano.
Vi si ritrova in pieno il tema dostoevskiano del Delitto e del Castigo: la vera punizione per il colpevole non è la pena, bensì il rovello interiore che la precede. E difatti, se il tema della pena è relegato in un finale enigmatico e sbrigativo, è invece sui crucci etici del protagonista che verte la gran parte della trama. Con una serie di flashback si narra di come sia stata la donna stessa a mettergli nell’orecchio la pulce del potere, instillandogli l’idea che lui potesse fare tutto ciò che voleva. Si narrano poi le vicissitudini di un giovane vicino di casa che ha riconosciuto l’uomo e potrebbe denunciarlo. Non poteva poi mancare la critica sociale; dato che “il dottore” fa parte dell’ala della questura che indaga su crimini politici, il film fa uno spaccato dell’Italia di quegli anni e delle sue agitazioni, mostrando il ruolo svolto dalla polizia in un contesto di simil-guerra civile (“Ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere: la repressione è il nostro vaccino. Repressione è civiltà!” così si esprime Volonté in una delle scene più iconiche del film).

Indagine è uno dei migliori film d’impegno civile fra quelli in cui recita Gian Maria Volonté, assieme ad esempio a “Sbatti il mostro in prima pagina” (sul mondo marcio del giornalismo) e “Sacco e Vanzetti” (sulla vera storia dei due anarchici italiani). Ancora più di tutti gli altri, però, Indagine si fece notare al momento della sua uscita, contribuendo a spaccare una società già spaccata di suo. Da una parte, il film fu percepito come un oltraggio: i dirigenti della Questura di Milano andarono a vederlo al cinema e lasciarono la sala prima della fine in segno di protesta. Dall’altro lato, in molti videro nella pellicola il coraggioso tentativo di denunciare una realtà finora mai confermata esplicitamente: l’iniquità, l’immoralità e l’illegalità con cui operavano le forze dell’ordine.
Il tema del film può sembrarci roba di poco conto (confesso che ad una prima visione l’opera mi lasciò del tutto indifferente), perché ormai abbiamo già visto dozzine di altre rappresentazioni cinematografiche di tutori della legge corrotti, collusi o dalla dubbia moralità. Perfino nell’universo Marvel sappiamo che l’organizzazione SHIELD è piena di talpe e infiltrati dell’HYDRA. Provate però a contestualizzare, a immaginare che effetto poteva fare a degli studenti nostri coetanei del 1970 sentirsi dire per la prima volta che i poliziotti erano assassini e l’ordine costituito veniva gestito da criminali… beh, diciamo che nel clima focoso di quel periodo Indagine fu una vera e propria bomba!
P.S. Scusate se le foto sono in bianco e nero, ma le ho trovate così... però non temete: il film è a colori.
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